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 Trimestrale di ecologia - Anno IX – N. 36 – Dicembre 2006

Frutti vagabondi

L'albero del paradiso è diventato un inferno

Mirella Campochiaro
(Laurea Specialistica in Scienze naturali, Bari)


  
Doveva servire per iniziare l'allevamento di un lepidottero, la «sfinge dell'ailanto» (Phylosamia cynthia), in sostituzione del baco da seta la cui sopravvivenza era, in quel periodo, minacciata da una epidemia. Si è rivelato una «bomba ecologica».

Continuiamo in questo numero una collaborazione con alcuni corsi della Facoltà di Scienze dell'Università di Bari, esattamente con il Corso di Laurea in Scienze Naturali. È una sorta di esperimento, un dar voce a coloro che saranno i «futuri esperti» che lavoreranno in campo ecologico e ambientale. Ospiteremo, quindi, brevi articoli selezionati tra i contributi scritti da studenti di corsi di laurea finalizzati allo studio della Natura e alla salvaguardia e recupero dell'ambiente naturale. Gli studenti interessati a collaborare possono contattare la Presidenza dei Corsi di Laurea in Scienze Naturali e Conservazione e Recupero dei Beni Naturali (sn.presidenza@botanica.uniba.it, prof.ssa Laura De Gara).

 

  

  L'ailanto (Ailanthus altissima, fam. Simaroubaceae) è una specie arborea alloctona1, specializzata nella colonizzazione di nuove aree per mezzo di differenti strategie. Una prima strategia è affidata proprio dal suo frutto, la samara: un frutto secco, dotato di una struttura espansa a formare un'ala membranosa, grazie alla quale viene trasportato con grande efficacia dal vento e disperde il seme che contiene. Altre strategie che ne facilitano la capacità invasiva sono l'efficientissima riproduzione vegetativa dovuta alla presenza di stoloni in grado di rigenerare i fusti e, in ultimo, la grande resistenza a condizioni ambientali avverse e la capacità ad eliminare così «la concorrenza».
L'ailanto è stato importato in Europa dalla Cina a metà settecento, con lo scopo di iniziare l'allevamento di un lepidottero, la «sfinge dell'ailanto» (Phylosamia cynthia), in sostituzione del baco da seta la cui sopravvivenza era, in quel periodo, minacciata da una epidemia. L'esperimento fu poi abbandonato per gli scarsi risultati, ma l'ospite, è questo il caso di dirlo, aveva ormai messo radici!
Nella sua zona d'origine questo albero si presta a differenti utilizzi: dal legno bianco e modellabile si ricavavano mobili ed utensili, dalla corteccia un decotto contro la forfora, dalle foglie un colorante per la lana. In Europa è stato destinato ad alberare i margini stradali in virtù del suo rapido accrescimento e della sua resistenza ad elevati livelli di inquinamento.
A dispetto del suo buon valore estetico, l'odore è alquanto sgradevole: né capre, né alcun tipo di insetti fitofagi se ne cibano; contiene, infatti, una sostanza tossica, l'ailantina, ed il contatto con foglie, corteccia e radici può provocare irritazioni persino all'uomo.
Dal punto di vista ecologico ha tutte le caratteristiche delle piante pioniere: rapido accrescimento (in soli 2 anni si può formare un albero alto diversi metri), bassa longevità (arriva ad un massimo di 40-50 anni), non ha habitat preferenziale, potendosi adattare a qualsiasi tipo di suolo e di regime idrico. Cresce bene sui margini stradali, nei terreni sabbiosi o ricchi di sale e in quelli estremamente aridi, germina persino tra le fessure dei muri o le crepe dell'asfalto.

Ma «l'albero del paradiso», questo il significato del suo nome nella lingua dell'isola Amboyna in Indonesia, si è ben presto rivelato per quello che è: una terribile infestante, priva, nelle nostre zone, di nemici naturali. Le stesse qualità che ne hanno permesso l'utilizzo nel consolidare i terreni franosi, oggi rendono l'ailanto un pericoloso veicolo di inquinamento ecologico, vista la sua rapidissima ed efficacissima diffusione. Le samare consentono una celere colonizzazione di nuove stazioni; la germinazione è veloce; le giovani plantule crescono velocemente, formando densi popolamenti in grado di ombreggiare fortemente il suolo, impedendo, in questo modo, la crescita di specie meno aggressive; i competitori vengono eliminati anche per mezzo di sostanze allelopatiche2 prodotte dalle radici e diffuse nel suolo. Lunghissimi stoloni sotterranei, lunghi fino a 30 metri, ne assicurano la riproduzione vegetativa: da essi si originano piante figlie anche solo spezzando o incidendo debolmente la radice. Come se non bastasse è estremamente difficile estirpare completamente l'apparato radicale dell'ailanto dal terreno: basta lasciare anche un solo frammento di radice per veder ricomparire l'ailanto nella stagione successiva.
La sua diffusione è divenuta preoccupante in tutta Europa ed anche in America, persino nel cuore delle aree protette e dei parchi nazionali. L'inquinamento «ecologico» da specie alloctone è poco conosciuto e, di conseguenza, combattuto con armi improprie o poco efficaci. Si rende oggi necessario contro l'ailanto ed altre specie infestanti, studiare piani di bonifica ad hoc: la loro presenza si ripercuote non solo sulla biodiversità della componente floristica ma, inevitabilmente, sull'intero ecosistema.
Fondamentale è la prevenzione: prima di introdurre una nuova specie in un areale che non gli compete, qualora l'introduzione fosse realmente necessaria, bisognerebbe condurre studi di «impatto ambientale» e mai agire con la leggerezza dei nostri avi nel 700, che hanno sganciato una «bomba ecologica» per la nostra flora, ignari delle conseguenze.


1 Il termine Alloctono indica un organismo non originario del luogo in cui vive.
2 Le sostanze allelopatiche sono sostanze chimiche prodotte da una specie o da un organismo e capaci in influenzare il metabolismo di specie diverse o di organismi diversi da quelle che le hanno prodotte.